Allegoria fondamentale e unità narrativa [Giorgio Inglese]

Table of contents

Dati bibliografici

Autore: Giorgio Inglese

Tratto da: Dante: guida alla Divina Commedia

Editore: Carocci, Roma

Anno: 2002

Pagine: 11-24

1. I canti proemiali (If 1 e 2)

«Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura...». Con il rigore di una formula protocollare, l’inizio della Commedia segna tre punti di riferimento: il tempo dell’azione, il luogo, la presenza di un io narrante: un uomo giunto al colmo del suo arco virale. La perifrasi del verso 1 si scioglie compiutamente solo a If 21, 113, dove si dichiarano trascorsi 1.266 anni (e 19 ore) dalla morte di Cristo: siamo perciò nel 1300, anno del primo Giubileo cattolico — rito di perdono, indulgenza e riconciliazione indetto da papa Bonifacio VII per venire incontro a un'attesa largamente diffusa e variamente colorata di messianismo. L'identità del narrante è rivelata per gradi: in If 1, 87, apprendiamo che egli professa l’arte letteraria; in If 2, 61-70, che è «amico» della beata Beatrice; in If 6, 49, che è fiorentino... Solo a Pg 30, 55, «di necessità», Beatrice ne pronuncia il nome: «Dante».
Il verbo «mi ritrovai» indica un ritorno alla coscienza: letteralmente è il risveglio dal torpore, o «sonno» (If 1, 11), in cui il protagonista era immerso quando gli accadde di smarrire la «verace via» ed entrare nella «selva».

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Il ridestato esce dalla selva (vv. 13-18) e muove in direzione di un colle illuminato dal primo sole, ma viene affrontato da tre bestie: una «lonza» (imprecisabile felino dalla pelle maculata), un leone e una lupa; quest’ultima gli si fa incontro e lo risospinge nell’oscurità. Appare improvvisamente una figura di incerto contorno («ombra o omo»), che si presenta come lo spirito di Virgilio («Non omo, omo già fui») e riceve perciò l’affettuoso omaggio di D. (Nei limiti del possibile, distingueremo “D”, come personaggio in azione, da “Dante” autore e narratore.)
L'atmosfera del racconto cambia: vi irrompe la storia. I due personaggi si definiscono l’uno all’altro come individui umanamente concreti (vv. 70-75, 82-87):

«Nacqui sub lulio, ancor ch’e’ fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto,
al Tempo delli dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia
poi che ’L superbo Iliòn fu combusto...»

[...]

«O degli altri poeti onore e lume,
vagliami "I lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu sè lo mio maestro e ’l mio autore;
tu sè solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore...»

Retrospettivamente, l’onirica situazione iniziale si svela ora come una figurazione, i cui termini sono ispirati a un non difficile simbolismo di estrazione scritturale.
La «selva» è la vita mondana, afflitta dal peccato, come già in sant’Agostino, Confessioni X 35 («questa immensa selva piena di pericoli»); in Pg 23, 118 D. dirà a Forese: «Di quella vita mi volse costui [cioè Virgilio] [...] l’altrier...». La «selva» è anche «deserto», «valle» (la «valle di lacrime» dei Salmi) e «pelago», mare profondo e tempestoso «che non lasciò già mai persona viva». La «verace via» è Cristo (Giovanni 14,6: «Ego sum via, veritas et vita»). Il sole, «che mena dritto altrui per ogne calle», è Dio, in forza di un valore esemplare notissimo (cfr. Cv III 12, 7: «nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio, che ’l sole»). Il colle illuminato dal sole-Dio, il «dilettoso monte / ch'è principio e cagion di tutta [perfetta] gioia» (vv. 77-78), rappresenta la felicità naturale e s'identifica idealmente (non topograficamente) con la montagna dell'Eden, di cui parlerà Beatrice in Pg 30, 74-75: «Come degnasti d’accedere al monte? / non sapei tu che qui è l’uom felice?». Le bestie sono tentazioni diaboliche, che impediscono a D. di ritornare con le sole proprie forze alla «retta via». Il terzetto è biblico: «il leone della selva li ha percossi, il lupo del vespro li ha dilaniati, il pardo sta in agguato presso la loro città» (Geremia 5,6: dove per altro le fiere sono strumenti di punizione divina). Il correlativo della lonza e del leone non è sicurissimo: ma si tratterà della lussuria e della superbia. Di certo la belva più pericolosa, la lupa, «di tutte brame [...] carca», è immagine della cupidigia. Virgilio spiega che la lupa impedisce a chiunque di accedere al colle, e continuerà così finché non sarà uccisa da un «veltro», un cane da caccia, che (If 1, 106-108)

di quella umile Italia fia salute
per cui morì la virgine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Avvertiamo un nuovo spostamento del punto di vista, La figura di D. dispiega infatti un significato che supera l’individualità del personaggio. Il suo smarrimento nella selva non è solo una condizione individuale — per cui ha rischiato di «morire» nel peccato —, ma rappresenta anche lo sviamento del genere umano in quel dato momento storico. Difatti la cupidigia non è tanto una tentazione personale di D. (si apprenderà, a tempo debito, che il suo vizio maggiore è semmai la superbia: Pg 13, 136-138), quanto una forza che domina il mondo, perché contro di essa non agisce la maestà dell'unico Imperatore. In concreto, la manifestazione più grave della cupidigia, ossia la «lupa» storica, è la Chiesa corrotta che per sete di dominio terreno si è fatta nemica dell’Impero. Dalla Provvidenza si aspetta dunque l’avvento di chi, vincendo la cupidigia (la Lupa-Chiesa corrotta e i re cui essa «si ammoglia»), ristabilisca la giustizia e la pace, condizioni della felicità umana in questa vita (cfr. PAR. 3.4). Tale annuncio — in parte ancora velato di immagini — è affidato a Virgilio che, nella sua identità storica, è il poeta-profeta dell’Impero romano sine fine (come si legge in Eneide 1 279).
L'identità del «veltro» è celata in un enigma («sua nazion sarà tra feltro e feltro») di cui l'ingegno degli esegeti non ha ancora trovato la chiave. Si consideri che la complementare profezia di Pg 33 annuncia la venuta di un erede dell'Aquila, ossia di un imperatore romano; e anche il «veltro» è presentato come erede del sacrificio di Eurialo e Niso, di Camilla e di Turno, ossia delle vittorie di Enea. In attesa della redenzione universale, al peccatore D. la misericordia divina ha inviato una guida che lo riconduca alla verità e alla salvezza attraverso un viaggio di conoscenza e di liberazione morale, tra gli «antichi spiriti dolenti» nell’Inferno e tra «color che son contenti / nel foco» del Purgatorio; Virgilio preannuncia anche una successiva ascesa fra le «beate genti», condotta da un’anima «più degna» (1, 122) che si saprà, più avanti, essere Beatrice, E come l’individuo D., lo si è visto, significa allegoricamente l'umanità, così Virgilio e Beatrice significano le due guide, coordinare fra loro, che Dio ha concesso all’umanità: la Ragione naturale e la Rivelazione (cfr. PAR. 3.1). Nonostante la sua fiducia nel maestro, D. ha paura dell’«alto passo», teme che varcare la soglia dell’Aldilà sia «folle», temerario. Sa che a Enea e a san Paolo Dio permise tale impresa in vista delle rispettive missioni universali: la fondazione dell'Impero e quella della Chiesa. «Ma io perché venirvi?», domanda, «Io non Enea, io non Paulo sono» (2, 31-32). Virgilio non risponde propriamente a questo interrogativo, ma vince la «viltà» di D., assicurandogli che il viaggio è assistito da tre donne celesti: Maria, Lucia e Beatrice, la quale ultima si è spinta nel Limbo per chiedere al poeta latino di farsi guida per la prima parte del tragitto. Nel racconto, rivive l’«angela giovinetta» della Vita nova (vv. 55-62):

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

«O anima cortese mantoana

[...]

l’amico mio, e non della ventura,
nella diserta piaggia è impedito».

L’amore purissimo di Beatrice (ma, si capisce, è l’amore di Dante che parla) detta qui un verso straordinario: «l’amico mio, e non della ventura», l’amico che è stato mio e sarà mio, da sempre e per sempre, non secondo l’andare e venire delle contingenze. Alla fine, la poesia del momento fa nascere anche, con sublime incongruenza, un velo di pianto negli occhi di un'anima eternamente beata: «li occhi lucenti lagrimando volse» (v. 116). Quanto alla domanda di D. sul «perché» del viaggio straordinario, la risposta verrà più tardi. Senza dubbio, D. non è Enea e non è Paolo: non è un eroe né un santo, ma un peccatore sull’orlo della dannazione. E tuttavia, per altro verso, egli è un altro Enea e un altro Paolo, perché chiamato a ricevere e trascrivere verità che saranno «cagione» agli uomini di felicità temporale (come fu per Enea), e verità che daranno «conforto» alla fede (come fu per Paolo). Il solenne mandato è espresso da Beatrice nell’Eden: «...in prò del mondo che mal vive [...] quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive» (Pg 32, 103-105); e da san Pietro in Paradiso: «E tu, figlinol, che per lo mortal pondo / ancor giù tornerai, apri la bocca, / e non asconder quel ch'io non ascondo» (Pd 27, 64-66).

2. Il viaggio

2.1. Calendario

Dante ha concepito per il suo viaggio oltremondano una cronologia serratissima, ricostruibile sia pure con qualche incertezza (Camilli, 1950) dalle allusioni sparse nel poema. D. incontra le tre fiere al mattino del 25 marzo 1300, venerdì (anniversario della morte di Gesù, datata tradizionalmente al 25 marzo dell’anno 34); il descernsus per Inferos comincia al tramonto, occupa tutta la notte e il giorno seguente fino a sera. La risalita dal centro della Terra al monte dell’Eden dura ventuno ore, ma coincide con il guadagno di dodici ore, a causa del passaggio da un emisfero all’altro: le 19.30 del 26, a Gerusalemme, sono le 7.30 dello stesso 26 nell’Eden. Così che: D. è ai piedi del monte all’alba del 27 marzo, dies dominica, e completa la sua purificazione al mezzodì del 30. Il percorso nel Purgatorio è più lungo perché il tempo notturno non può essere impiegato per salire (insomma, non si può dare ascesa al bene senza divina illuminazione: cfr. Giovanni 12,36, «camminate mentre avete la luce, che le tenebre non vi colgano»). L’ascensione attraverso i cieli fisici dura circa diciannove ore, mentre la visione dell’Empireo (canti XXX-XXXIII del Paradiso) si svolge in un “tempo” mistico non calcolabile.
L'esordio della Comedia è del tipo in medias res (“nel mezzo dell’argomento” Orazio, Ars poetica, V. 148), come nell’Eneide — e più marcatamente, perché l’inizio del racconto virgiliano («Urbs antiqua fuit») è preceduto da undici versi proemiali, comprensivi dell’invocazione alla Musa (che Dante posticipa a If 2, 7: «O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate»). L’antefatto, che nell’ Eneide è narrato da Enea a Didone nei libri II e III, nella Commedia è solo accennato durante lo scambio di accuse e confessioni, tra Beatrice e D., in Pg 30-33.

2.2. Inferno

[c. 3] Appena varcata la porta dell'Inferno — la città del diavolo —, i viaggiatori incontrano la schiera innumerevole degli incerti, che mai scelsero fra il bene e il male; anche il poeta li condanna, lasciandoli tutti nell'anonimato, compresa «l'ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (papa Celestino V?). Le anime propriamente dannate debbono invece passare il fiume Acheronte, traghettate da Caronte. [c. 4] D. e Virgilio giungono al Limbo, là dove gli innocenti che non ebbero la fede soffrono l’unica, ma struggente, pena della privazione di Dio. Un «nobile castello» è la dimora abituale dello stesso Virgilio, come pure degli altri grandi pagani, da Omero (che accoglie D. con segni di amicizia) ad Aristotele, da Enea a Cesare. [c. 5] Le anime dei peccatori sono invece sottoposte al giudizio di Minosse: a seconda del peccato commesso, egli le condanna all’una o all’altra pena infernale. Nel secondo cerchio i lussuriosi sono trascinati dal vento: qui D. ascolta, con dolore profondo, la confessione di Francesca da Rimini, uccisa dal marito per l’adulterio con Paolo. [c. 6] Nel terzo cerchio, i golosi sono tormentati da una pioggia sudicia e da Cerbero, il mitico cane tricipite. Il concittadino Ciacco offre a D. la prima rivelazione delle sventure che lo aspettano, profetizzando la rovina dei Bianchi fiorentini, nel 1302. [c. 7] AI quarto cerchio, custodito da Pluto, sono destinati gli avari e i prodighi, che in schiere contrastanti spingono macigni con il petto. Virgilio, nella sua funzione di saggio maestro, tratta della Fortuna, un’intelligenza angelica cui Dio ha deputato il governo dei beni mondani, perché li «permutasse a tempo [...] di gente in gente e d’uno in altro sangue, / oltre la difension d’i senni umani». I viaggiatori giungono quindi alla palude dello Stige, dove sono immersi quanti peccarono per ira, o per il vizio contrario: l’accidia. [c. 8] Varcano il pantano sulla barca di Flegiàs e approdano sotto una cinta muraria che rinchiude l’Inferno più profondo. Virgilio chiede ai diavoli, che si affollano sulla porta, di lasciar entrare lui e il suo discepolo, ma è beffardamente respinto (Satana cerca di contrastare il viaggio di D., perché è conscio del bene che da esso deriverà al genere umano). [c. 9] Deve intervenire un messo celeste - un angelo - che con semplice gesto spalanca il portale. Subito al di là delle mura, in sepolcri infuocati, patiscono gli eretici. [c. 10] D. ha un emozionante colloquio con due fiorentini: il capo ghibellino Farinata degli Uberti (che gli profetizza le amarezze dell'esilio, nel termine di cinquanta mesi) e Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del «primo amico», Guido. [c. 11] Durante una sosta, Virgilio descrive l'ordine delle pene infernali (cfr. PAR. 2.4). [c. 12) Elusa la guardia del Minotauro, i viaggiatori scendono alla riva di un fiume di sangue bollente (il Flegetonte), vigilato dai Centauri: vi sono immersi i violenti che infierirono sul prossimo, come Ezzelino da Romano e Attila. [c. 13] I suicidi sono trasformati in orride piante, fra i cui rami si annidano le Arpie: si rivela Pietro delle Vigne, il famoso ministro dell’imperatore Federico. Nella medesima selva, gli scialacquatori, violenti contro sé stessi nel patrimonio, sono torturati da cagne feroci. [c. 14] Una pioggia di fuoco percuote i violenti contro Dio, che si rivolsero contro il Suo nome (bestemmiatori: fra essi, l'antico Capaneo) [c. 15] 0 contro le prescrizioni di Natura nella sfera sessuale (pervertiti di vario genere) o contro il sano esercizio delle arti produttive (usurai). Fra i peccatori contro la Natura, D. ritrova il paterno maestro della giovinezza, Brunetto Latini. Dal dialogo che nasce = in un intreccio di ricordi e profezie - si disegna un ritratto del protagonista nel segno della gloria letteraria e delle virtù della vita attiva («Se tu segui tua stella / non puo’ fallire a glorioso porto»), centrate sull’orgogliosa superiorità ai mali di fortuna («però giri Fortuna la sua rota / come le piace...»). [c. 16] L'incontro con tre illustri fiorentini della vecchia generazione, dannati per peccati sessuali, dà occasione a D. per una sdegnata riprovazione della «gente nuova» e dei «sùbiti guadagni» che hanno viziato la città. [c. 17] Dopo un breve passaggio fra gli usurai, Virgilio e D. discendono all’ottavo cerchio in groppa al mostro alato Gerione, «sozza imagine di froda». [c. 18] Divisi in dieci fosse, le Malebolge, sono qui detenuti gli ingannatori. Ai seduttori e ruffiani (sferzati dai diavoli) seguono gli adulatori (ricoperti di sterco: fra loro, la «puttana» Taide). [c. 19] Gli ecclesiastici corrotti (detti simoniaci) sono ficcati a testa in giù in pozzetti circolari; Dante, che sogna una Chiesa povera e priva di potere politico, li condanna aspramente. Lo spirito di papa Niccolò III preannuncia la morte e la dannazione di Bonifacio vini (1303) e di Clemente v (1314). [c. 20] Gli indovini, tra i quali è la maga Manto, hanno il volto girato sulla schiena. [c. 21] I politici corrotti, o «barattieri», sono immersi nella pece bollente. In questa bolgia, D. e Virgilio si imbattono in un pittoresco reparto di diavoli, detti «Malebranche», e [c. 22] assistono alla beffa che loro infligge un dannato. [c. 23] Nella sesta bolgia, gli ipocriti si trascinano sotto cappe fratesche di piombo dorato. [c. 24] I ladri sono invece sottoposti ad atroci e incredibili mutazioni, da uomo a serpente e viceversa. [c. 25] Nella descrizione delle metamorfosi, Dante emula i maestri latini: «Taccia Lucano [...] Taccia [...] Ovidio». [c. 26] La bolgia dei consiglieri di frode impone al viaggiatore (e all'autore nel momento in cui ricorda e scrive: «Allor mi dolsi e ora mi ridoglio») una meditazione sulla necessità di non esercitare l’ingegno senza la ferma guida della morale. I dannati sono chiusi ciascuno in una fiamma; fanno eccezione Diomede e Ulisse, congiunti nella pena come lo furono nel delitto (gli inganni che portarono alla caduta di Troia). Da Ulisse D. ascolta il racconto dell’ultimo viaggio, oltre le Colonne d'Ercole, e del naufragio che gli fu inflitto dalla volontà divina. [c. 27] Nella medesima bolgia, D. incontra anche il condottiero Guido da Montefeltro, morto in peccato mortale per colpa di papa Bonifacio VIII. [c. 28] Seguono i seminatori di scismi e discordie (come Maometto e Bertran de Born), che sono, per «contrapasso» (v. 142: ossia, per una simmetria fra peccato e punizione), tagliati e mutilati da un diavolo. [c. 29] I falsari sono piagati da varie malattie; [c. 30] un falsatore di moneta, Adamo, reso gonfio dall’idropisia, e il mentitore greco Sinone (altro responsabile della rovina dei Troiani), febbricitante, si scambiano battute ingiuriose, per il divertimento di D. (perciò rimproverato da Virgilio: «...voler ciò udire è bassa voglia»). [c. 31] Fra l’ottavo e il nono cerchio, sono il biblico Nembròt e altri giganti, uno dei quali, Anteo, depone i viaggiatori sulla superficie ghiacciata del fiume Cocito. [c. 32] Per cantare il «tristo buco», il poeta chiede alle Muse le rime «aspre e chiocce» che si convengono. Prigionieri del ghiaccio, i traditori sono qui divisi in quattro zone, denominate dai dannati più celebri (Caino, Antenore troiano, Tolomeo faraone d’Egitto, Giuda). Nella Caina, si trovano i traditori dei parenti. Nell’Antenora, fra i traditori politici, Dante scorge il conte Ugolino che si accanisce per l’eternità sul suo nemico, l'arcivescovo Ruggeri; [c. 33] il conte narra della morte per fame, sua e dei figliuoli, in una prigione pisana. Nella Tolomea, stanno i traditori degli ospiti: peccato così grave, che spesso l’anima cade subito all’ Inferno, mentre il corpo, governato da un diavolo, continua a vivere sulla Terra fino alla sua naturale consumazione. [c. 34] Nella Giudecca, infine, sono puniti coloro che tradirono i propri benefattori. Al centro della Terra, vale a dire nel punto più basso del Cosmo, sta Lucifero-Satana, che si ribellò al Creatore e ora maciulla nelle sue tre bocche Bruto e Cassio — traditori di Cesare — e Giuda, che vendette Cristo. Dopo quest’ultimo spettacolo del male, D. e Virgilio imboccano uno stretto cunicolo che attraversa l’intero emisfero meridionale; usciti all'aperto, possono «riveder le stelle».

2.3. Purgatorio

[c.1] Si trovano, al termine della notte, sulla spiaggia ai piedi del monte dell’Eden, sede del Purgatorio. Custode del luogo è l’antico Catone: nel suo suicidio Dante ha visto un esempio di libertà morale prefigurante la libertà dal male che Cristo ha portato agli uomini; mostrando D. a Catone, Virgilio dice infatti: «libertà va cercando, ch'è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ’l sai, che non ti fu per lei amara / in Utica la morte...» Catone ordina che D. sia deterso con la rugiada e cinto di giunco. [c. 2] Approda, condotto da un angelo, un gruppo di anime salve, fra le quali D. incontra l’amico Casella, musicista; poiché le anime si attardano rapite dal suo canto (Casella ha intonato la dantesca Amor che nella mente mi ragiona), Catone deve intervenire per sollecitarle a dare inizio all’espiazione. [c. 3] Traendo spunto da un fenomeno che la luce del giorno ha rivelato (la figura degli spiriti non fa ombra), Virgilio attesta i limiti della ragione e l’inappagato desiderio in cui vissero e ora soffrono nel Limbo i savi privi di fede: «“io dico d’Aristotile e di Plato / e di molt’altri”; e qui chinò la fronte, / e più non disse, e rimase turbato». Nella zona dell’Antipurgatorio sostano, per tempi diversi, i morti in stato di scomunica e coloro che si pentirono solo in fin di vita. Dalla schiera dei morti scomunicati parla la nobile e bella figura di Manfredi, re di Sicilia. [c. 4] Fra gli spiriti pigri, è quello del fiorentino Belacqua, che riprende con bonaria ironia l’impazienza di D. [c. 5] Bonconte da Montefeltro (figlio di Guido) narra di come fosse sorpreso dalla morte in battaglia e salvasse l’anima rivolgendosi alla Vergine Maria. Parla poi brevemente una donna gentile, assassinata dal marito, la Pia. [c. 6] Anche altri spiriti chiedono a D. di ricordarli alla preghiera dei viventi, che può abbreviare le loro penitenze. Resta in disparte un’anima, che si rivela per quella del trovatore Sordello; il suo entusiasmo, per l’incontro con il compatriota mantovano Virgilio, evoca un accorato lamento di Dante sulla presente divisione e servitù d’Italia. [c. 7] Sordello conduce i due viaggiatori in una valletta dove potranno trascorrere la notte; il luogo è abitato da un’altra schiera di negligenti: re e principi che si lasciarono troppo assorbire dalle cure mondane (Rodolfo d’Asburgo e altri). [c. 8] D. incontra qui l’amico Nino Visconti, e da Corrado Malaspina ha la profezia di un grato soggiorno in Lunigiana (1306). [c. 9] Sogna quindi di essere rapito da un'aquila e, al risveglio, si trova effettivamente dinanzi alla porta del Purgatorio, essendovi stato trasportato da santa Lucia. L’angelo portinaio incide sulla sua fronte sette P, corrispondenti ai sette peccati capitali, che saranno cancellate ciascuna all’uscita dal corrispondente girone. [c. 10] Nel primo, le anime espiano i peccati di superbia, oppresse da macigni; esempi di umiltà sono intagliati nella parete. [c. 11) Il celebre miniatore Oderisi da Gubbio ammonisce D. circa la vanità della gloria mondana, compresa quella letteraria che pure gli annunzia indirettamente. [c. 12] Sul pavimento sono figurati esempi di superbia punita, fra cui la rovina di Troia. [c. 13] Nella seconda cornice, gli invidiosi hanno le palpebre cucite e ascoltano, da voci volanti, esempi di carità e di invidia; D. colloquia con Sapia senese e [c. 14] ragiona con Guido del Duca e Rinieri da Calboli dell’imbestiata vita civile in Toscana e in Romagna. [c. 15] Virgilio dà spiegazioni sul peccato dell’invidia. Nel girone seguente, D. ha la visione estatica di esempi di mansuetudine. [c. 16] Nella tenebra che avvolge gli iracondi, il motivo politico è ripreso dal discorso di Marco Lombardo sui poteri universali, Chiesa e Impero. [c. 17] Virgilio tratta dell’ordine purgatoriale (cfr. PAR. 2.4) e [c. 18] dell'amore. Oltrepassato il girone in cui gli accidiosi sono costretti a correre senza posa (gridando esempi di sollecitudine e di accidia), D. è vinto dal sonno: [c. 19] sogna la Sirena, simbolo della seduzione dei beni mondani. Visita poi gli avari e i prodighi: stesi bocconi con mani e piedi legati, alternano lodi della povertà e deprecazioni dell’avarizia. [c. 20] Uno di loro, Ugo Capeto, maledice i re francesi, suoi discendenti. [c. 21] Appare un'anima che, appena liberata dalla penitenza, sale verso il Paradiso: è il poeta latino Stazio. Questi riconosce in Virgilio il proprio maestro artistico e spirituale: [c. 22] con l’ecloga che profeticamente annunciava «Secol si rinova», il pagano Virgilio lo ha infatti indirizzato alla vera fede («Per re poeta fui, per te cristiano»). [c. 23] I tre poeti attraversano quindi il girone dei golosi, ischeletriti dalla fame e dalla sete che suscita in loro la visione di un albero carico di frutti e stillante acqua; inoltre dalle fronde escono voci enunzianti esempi di temperanza e di gola. D. incontra l’amico Forese Donati, con il quale condivide il rimorso per il passato avvolgimento nella vita mondana. [c. 24] A Bonagiunta da Lucca D. spiega che il proprio stile è ispirato direttamente dall’Amore, come non accadeva ai manierati poeti della più antica “scuola” compreso lo stesso Bonagiunta. [c. 25] Dopo aver ascoltato una lezione di Stazio sulla genesi dell'anima umana, D. raggiunge l’ultimo girone: i peccatori camminano nelle fiamme, cantando esempi di castità e di lussuria. [c. 2.6] Fanno penitenza, fra gli altri, due poeti carissimi a Dante, il bolognese Guido Guinizzelli e il provenzale Arnaur Daniel. [c. 27] Dinanzi al muro di fuoco, che bisogna varcare, D. esita. L'ultimo legame con la sensualità è sciolto grazie alla forza dell'amore: quando Virgilio dice «Or vedi, figlio: / tra Beatrice e te è questo muro», D. entra nel fuoco. I tre poeti giungono in cima al monte e Virgilio proclama solennemente che la prima parte del viaggio è conclusa, che il suo alunno ha riconquistato appieno la libertà di volere il bene; il magistero di Virgilio si è esaurito, le potenze della ragione naturale si sono per intero trasferite in D.: «Non aspettar mio dir più né mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio». [c. 28] L’Eden è un meraviglioso giardino, custodito da una donna di straordinaria bellezza: Matelda, personificazione della felicità che gli uomini avrebbero goduto se non fossero caduti nel peccato originale. [c. 29] D’improvviso, il giardino è animato da una processione mistica, i cui componenti rappresentano collettivamente la Parola di Dio. Sul carro, che è al centro della processione, trainato da un Grifone (che rappresenta Cristo), [c. 30] siede Beatrice. D. risente la potenza dell’antico amore; ma intanto «…Virgilio n’avea lasciati scemi [privi] / di sé, Virgilio dolcissimo patre». Beatrice rimprovera aspramente «Dante» per lo sviamento peccaminoso cui ha ceduto dopo la morte corporale della santa amica, dieci anni prima. (Si è molto discusso sull'effettiva consistenza storico-biografica dello sviamento dantesco; ed è possibile che l’allusione di Beatrice alla «scuola ch’hai seguitata» e alla «vostra via» distante «dalla divina» [Pg 33, 85-89] vada riferita a errori filosofici. Ma l'episodio va più largamente interpretato in funzione dello schema morale-esistenziale della «conversione», quale momento essenziale di ogni vita cristiana e, insieme, della storia del genere umano: cfr. PAR. 2.6). [c. 31] Il rito penitenziale si compie con la confessione e con l’immersione di D. nel fiume Lete, le cui acque liberano dal ricordo oppressivo dei peccati commessi. [c. 32] Intorno al carro, da cui Beatrice è discesa, si produce un dramma allegorico che raffigura la storia della Chiesa, e soprattutto le gravissime conseguenze della Donazione di Roma al papa da parte dell’imperatore Costantino. [c. 33] D. è incaricato di riferire agli uomini questa verità e l'annuncio di un Messo divino che porrà fine alle compromissioni fra la Chiesa e il potere secolare. Il messo è indicato con le cifre «cinquecento diece e cinque» (cfr. PAR. 5.3) e si identifica probabilmente con il Veltro di 1f1. Matelda fa bere a Stazio e a D. l’acqua del fiume Eunoè, che ravviva la memoria del bene operato, Il pellegrino è così pronto «a salire alle stelle».

2.4. Paradiso

[c. 1] Beatrice e D. ascendono in cielo attraverso la sfera del fuoco. [c. 2] Giungono nella Luna («Per entro sé l’etterna margarita / ne ricevette...») e Beatrice dà spiegazioni circa le ombre che appaiono, a chi guardi dalla Terra, sulla superficie di quel pianeta. [c. 3] Come riflessi evanescenti si manifestano gli spiriti beati che, mancando ai voti, attenuarono i propri meriti; fra loro è la gentile Piccarda Donati, sorella di Forese. [c. 4] In realtà, i beati risiedono tutti nell’Empireo: ma a D. si mostrano nei cieli, che hanno influenzato le loro specifiche qualità (ad esempio, la Luna, che muta continuamente figura, inclina alla poca fermezza d’animo). «Così parlar conviensi al vostro ingegno, / però che solo da sensato [da oggetti sensibili] apprende / ciò che fa poscia d’intelletto degno» (vv. 40-42). [c. 5] Dottrina dei voti. Nel cielo di Mercurio si presentano gli spiriti che sono stati attivi nel mondo per ottenere fama (e ciò costituisce una lieve imperfezione). [c. 6] Giustiniano disegna la storia dell’Impero romano e [c. 7] Beatrice spiega perché la morte di Gesù sulla croce fu giusta, in relazione al peccato di Adamo, e ingiusta, rispetto alla persona di Cristo, [c. 8] Nel cielo di Venere appaiono gli spiriti amanti: sia Carlo Martello d’Angiò, che di Dante fu caro amico, sia [c. 9] Cunizza da Romano, che in vita seppe passare da grandi amori sensuali all'amore divino, pronunciano profezie politiche. Folchetto di Marsiglia, invece, protesta contro la corruzione ecclesiastica. [c. 10] Il cielo del Sole ospita le anime dei sapienti, compresa quella dell’eterodosso Sigieri. [c. 11] Dante stigmatizza con sarcasmo l’«insensata cura dei mortali» per gli affari del mondo. Tommaso d’Aquino elogia Francesco d’Assisi e condanna la decadenza dell’ordine domenicano cui egli stesso appartiene. [c. 12] Simmetricamente, il francescano Bonaventura loda san Domenico e deplora la condizione presente dei frati minori, [c. 13] Tommaso tratta della creazione; ammonisce a giudicare con cautela circa i destini ultraterreni degli uomini. [c. 14] Rispondendo a un dubbio di D., Salomone spiega come i corpi risorti, alla fine dei tempi, sapranno godere gli splendori paradisiaci. Nel cielo di Marte si manifestano gli spiriti militanti. [c. 15] D. viene salutato amorosamente dall’avo Cacciaguida, che gli descrive, con accento nostalgico, la sobria bellezza dell’antica Firenze, [c. 16] ormai guasta per la mescolanza fra le stirpi cittadine e quelle del contado. [c. 17] Cacciaguida completa ed esplica le profezie relative all'esilio di Dante («Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente [...] Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’1 salir per l’altrui scale»), indicandogli un rifugio sicuro nella corte veronese di Cangrande della Scala. [c. 18] Nel cielo di Giove gli spiriti giusti formano il disegno di un’Aquila; [c. 19] essa ragiona sull’imperscrutabile giustizia divina, da cui [c. 20] furono salvati anche pagani come Rifeo e l’imperatore Traiano. [c. 21] Gli spiriti contemplanti si danno a vedere nel cielo di Saturno: parlano Pier Damiani e [c. 22] Benedetto da Norcia, severo con i monaci del presente. Beatrice e D. salgono verso il Firmamento (cielo delle Stelle). [c. 23] Dopo una visione di Cristo e Maria trionfanti, [c. 24] D. subisce un esame dottrinale, il cui fine è esaltare il suo possesso delle virtù teologali. San Pietro lo interroga sulla Fede; [c. 25] san Giacomo, sulla Speranza - di cui il pellegrino è proclamato, da Beatrice, sommamente virtuoso; [c. 26] san Giovanni Evangelista, sulla Carità. A sua volta, D. chiede ad Adamo chiarimenti sulle prime vicende del genere umano. Fra le altre cose, Adamo rivela che la lingua parlata da lui era già «spenta» al tempo della confusione babelica (a correzione di quanto si legge nel De vulgari eloquentia, dove la lingua dei primi uomini è identificata con l’ebraico). [c. 27] Ascoltato un fiero sermone di Pietro contro le degenerazioni della Chiesa, Beatrice e D. raggiungono il cielo Primo Mobile. [c. 28] Beatrice rivela al suo amico l'ordine delle schiere angeliche, ciascuna delle quali è deputata al movimento di un cielo (cfr. PAR. 2.4). [c. 29] Al termine di una complessa esposizione angelologica, la donna benedetta chiarisce che nelle anime sante l’amore per Dio segue alla visione intellettuale. [c. 30] Di là dai cerchi celesti, l’Empireo non ha esistenza fisica, né altro «luogo» che la mente divina, D. ha la visione di un fiume luminoso; poi, di un anfiteatro a forma di Rosa, sui cui gradini siedono i beati, con al centro Maria. [c. 31] Beatrice raggiunge il suo posto, accanto all’ebrea Rachele; mentre a D. si avvicina, come terza e ultima guida, Bernardo da Chiaravalle, il grande mistico. La sostituzione della guida allegorizza il passaggio dal credere, per fede, nella verità rivelata, al contemplare direttamente Dio. [c. 32] Bernardo indica e nomina alcuni santi; [c. 33] prega Maria («Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio») di concedere al pellegrino mortale una visione di Dio. E la visione si realizza, in sublimi forme che la memoria di Dante non ha potuto ricevere, e che la sua arte può quindi rendere soltanto in modo allusivo e schematico; la visione della suprema verità è riferita come un finale «fulgore» di incondizionata partecipazione all'amore «che move il sole e l’altre stelle».

Date: 2022-09-21