Esposizione del Canto IX dell’Inferno per Manfredi Porena [Francesco D’Ovidio]

Dati bibliografici

Autore: Francesco D'Ovidio

Tratto da: Esposizione del Canto IX dell’Inferno per Manfredi Porena

Editore: Remo Sandron, Milano-Palermo-Napoli

Anno: 1903

Pagine: 53-55

Avvertenza

Consentendo sostanzialmente in tutto il resto con l'espositore [Inferno IX – Manfredi Porena], devo far qualche riserva su due punti: chi sia preposto al sesto cerchio, qual sia il valore allegorico di Medusa. Sul primo, io seguito a propendere per la felice idea del prof. Gaetano Gigli (cfr. i miei Studii sulla D. C.., p. 553), che la Luna, in quanto divinità infernale, presieda al cerchio degli eretici. Salvo possibili obiezioni più decisive in contrario, mi par poco credibile che il duplice accenno dei canti IX e X, alla personificazione ipoctonia della Luna, ripicchiato a così breve distanza, sia senza l'intenzione d'indicare indirettamente un'autorità infernale, e possa risolversi in due semplici modi di dire, suggeriti da convenienze stilistiche. Se entrambi gli accenni sono indiretti, può non voler dir altro se non che il poeta non trovò modo di rappresentare direttamente una così singolare incarnazione mitica del pianeta lunare. Che sia invece Medusa la simbolica custode dell'eresia, mi sembra più recisamente smentito dal fatto che il Po rena stesso nota e riconosce grave, cioè che il lettore nulla sa ancora, a quel punto, dell'eresia e della sua sede nel prossimo cerchio, sicché strana tornerebbe la pretesa di Dante, che esso lettore intuisse il rapporto tra Medusa e l'eresia. Né quest'ultima può qualificarsi senz'altro come incredulità ostinata e dura, ovvero freddo dubbio in materia di fede, ché in molte eresie ha luogo piuttosto una fede ardente, per quanto mal collocata. E delle altre spiegazioni simboliche di Medusa, che il Porena mette in un fascio, alcune meritano d'esser considerate con più riguardo, poiché hanno più aria di verosimiglianza. Del rimanente, egli ha con piena lealtà di pensiero e di parola accennato il pro e il contro dell'ipotesi che timidamente predilige, né occorre che io v'insista altrimenti, tanto più che non ho nessuna persuasione da presentare in cambio.
Circa il senso che la voce fiere abbia nel verso E fa fuggir le fiere ed i pastori, sul quale vedo che molti chiosatori o sorvolano, o si fermano alla supposizione che fiere siano gli animali selvaggi, e le greggi siano incluse nel concetto di pastori, vorrei manifestar la persuasione che fiere significhi appunto «le greggi», o meglio includa anzitutto queste. Di certo, il senso proprio della voce fiera importa la selvatichezza, o anche la mostruosità, o la portentosa combinazione di due nature; ed è certo pure che in altro luogo (Purg. XXVII, 82-4) il mandriano pernotta guardando il peculio, la greggia, contro il possibile assalto di qualche fiera. Ma il linguaggio poetico ha pure in questo vocabolo una maggiore elasticità, e Dante chiama fiera il grifone, che simboleggia Cristo, e Petrarca dice fera soave o fera mansueta la sua donna. L'uno, è vero, considera giusto quella portentosa duplicità di natura che ora dicevamo; e l'altro mette in antitesi la nativa soavità e mansuetudine di Laura col suo atteggiamento selvatico verso di lui. Ma è anche vero che né lui né altri avrebbe chiamato o chiamerebbe belva la sua bella ritrosa. Adunque fiere e pastori è come dire «animali e uomini, esseri bruti e ragionevoli»; e in fiere saranno pur compresi cervi e che so io, e anche lupi, ma son considerati soprattutto gli animali che nella selva pascolano sotto la guida del pastore. Il quale di solito trattiene la mandra dal fuggire per vani timori e da ogni altro moto inconsulto, ma per l'uragano scappa anche lui come la mandra

Date: 2022-01-14